La nostra interazione con il mondo è un flusso continuo di stimoli sensoriali che la mente deve costantemente elaborare e organizzare per dare un senso alla realtà. Il processo di costruzione delle classi percettive, come descritto da Jacqueline Bickel, è il meccanismo fondamentale attraverso il quale riusciamo a categorizzare questi stimoli, trasformando la varietà infinita in unità significative e gestibili. Questo processo non è statico, ma dinamico e gerarchico, evolvendo da semplici associazioni a sottoclassificazioni sempre più raffinate.
Il punto di partenza della costruzione delle classi percettive risiede nel confronto continuo tra “i contenuti percettivi” attuali e quelli “evocati dalla memoria”. Ogni volta che incontriamo un nuovo stimolo (visivo, uditivo, tattile, ecc.), la nostra mente lo mette in relazione con le esperienze passate immagazzinate. Questo confronto può avere, come Bickel evidenzia, diversi esiti: “il contenuto è lo stesso; è uguale; è simile o analogo; è diverso.” Queste distinzioni, sebbene apparentemente semplici, sono la base per ogni successiva operazione di categorizzazione.
Grazie a queste “operazioni di confronto,” i “contenuti uguali o simili vengono all’inizio associati in classi percettive.” Questo è il primo livello di organizzazione. Un bambino, osservando diversi oggetti, inizierà a raggrupparli mentalmente. L’esempio fornito è molto chiaro: “il bambino potrà mettere insieme tutte le matite o tutte le posate.” Nonostante le singole matite possano avere piccole variazioni di colore, lunghezza o marca, la loro funzione primaria, la forma generale e il modo in cui vengono utilizzate le rendono sufficientemente “simili” da essere percepite come appartenenti alla stessa categoria, la “classe delle matite”. Lo stesso vale per le posate, che condividono attributi funzionali e contestuali che le uniscono in una classe percettiva.
Questo processo iniziale di associazione è cruciale perché permette al bambino di superare la necessità di trattare ogni singolo oggetto come un’entità unica. Invece, può applicare conoscenze e aspettative generali alla classe di oggetti, rendendo l’interazione con il mondo molto più efficiente e predittiva.
Man mano che le capacità cognitive del bambino si sviluppano e la sua attenzione ai dettagli si affina, emerge la possibilità di creare sottoclassi. “Piccole differenze fra contenuti simili possono condurlo a formare sottoclassi.” Questo è il passaggio da una categorizzazione generale a una più specifica e granulare. L’esempio degli “strumenti grafici” è illuminante: da una categoria generale, il bambino impara a distinguere tra “matite, pennarelli, gessetti”. Non sono più solo “strumenti per disegnare”, ma categorie distinte, ognuna con le proprie caratteristiche e usi specifici.
La progressione continua con la suddivisione delle posate: da una classe generale, si passa a “coltelli, forchette e cucchiai”. E, ancora più finemente, i cucchiai possono essere ulteriormente sottoclassificati in “cucchiai da minestra e cucchiaini da caffè.” Questa capacità di creare gerarchie di categorie, distinguendo differenze sempre più sottili, è un segno di un pensiero classificatorio maturo e flessibile. Permette una comprensione più precisa e sfumata del mondo, riconoscendo sia le somiglianze che le unicità degli oggetti.
In conclusione, la costruzione delle classi percettive è un processo evolutivo fondamentale guidato dalle operazioni di confronto tra l’esperienza presente e quella passata. Partendo dall’associazione di contenuti uguali o simili in categorie ampie, il bambino sviluppa progressivamente la capacità di distinguere piccole differenze e di formare sottoclassi sempre più specifiche e raffinate. Questa abilità di categorizzare gerarchicamente il mondo, da “tutte le matite” a “cucchiaini da caffè”, non è solo un esercizio di organizzazione mentale, ma la base stessa per dare senso alla vasta e variegata esperienza sensoriale, rendendoci capaci di navigare e interagire efficacemente con la complessità della realtà.

