La comunicazione umana è un fenomeno complesso e multidimensionale, spesso ridotto, nel senso comune, alla mera trasmissione di informazioni. Tuttavia, la prospettiva dei semanticisti, come Parisi (1972) e Castelfranchi e Parisi (1980), ci invita a considerare il linguaggio non solo come un veicolo di significato, ma, prima di tutto, come un insieme di azioni comunicative. Questa visione colloca il linguaggio all’interno del più ampio quadro del comportamento umano, governato, come ogni altra azione, da gerarchie di scopi.

Il concetto fondamentale in questa prospettiva è che parlare o scrivere non è mai un atto neutro o fine a se stesso. Ogni espressione linguistica è intrinsecamente legata a un’intenzione, a un fine che il locutore o lo scrivente desidera raggiungere. Questa intenzione si articola in una gerarchia di scopi, dai più generali ai più specifici. Ad esempio, una persona che racconta una barzelletta ha lo scopo generale di intrattenere, ma anche scopi più specifici come far ridere, alleggerire l’atmosfera o rafforzare un legame sociale.

All’interno di questo vasto dominio delle azioni comunicative, gli atti linguistici emergono come una classe particolare: quella delle azioni sociali. Questa distinzione è cruciale. Le azioni sociali sono quelle che, per loro natura, richiedono la partecipazione o almeno il riconoscimento di un altro individuo. Non sono meri movimenti fisici, ma interazioni che modificano lo stato relazionale o cognitivo degli interlocutori. Dire “ti prometto” non è solo emettere suoni; è un’azione che crea un vincolo sociale tra parlante e ascoltatore.

Tra le azioni sociali, gli atti di informare rappresentano una categoria fondamentale. Quando chi parla o scrive informa, il suo scopo primario è ben definito: “fare assumere a chi ascolta o legge una particolare notizia, conoscenza, argomentazione”. Questo implica un’intenzione chiara di modificare lo stato cognitivo del ricevente. Non si tratta semplicemente di “dire” qualcosa, ma di far sì che l’altro “sappia” o “credia” qualcosa che prima non sapeva o non credeva.

L’atto di informare, quindi, non è un processo passivo di trasferimento di dati, ma un’azione intenzionale che mira a un cambiamento nel destinatario. Se un insegnante spiega un concetto complesso, il suo scopo non è solo di enunciare le parole, ma di fare in modo che gli studenti acquisiscano quella conoscenza. Se un giornalista scrive un articolo, il suo scopo è che i lettori siano a conoscenza di determinati fatti o argomentazioni.

Questo approccio degli atti linguistici pone l’accento sulla dimensione pragmatica del linguaggio. Non è sufficiente analizzare il significato delle singole parole o frasi in isolamento (la semantica tradizionale); è necessario comprendere come tali parole e frasi vengono usate in contesti reali per perseguire scopi specifici e produrre effetti sugli altri. La forza di un atto linguistico non risiede solo nel suo contenuto proposizionale, ma anche nella sua capacità di influenzare e modificare la realtà sociale e cognitiva degli interlocutori.

Inoltre, la nozione di gerarchie di scopi implica che un singolo atto linguistico può servire a più scopi contemporaneamente, o che uno scopo più generale può essere realizzato attraverso una serie di atti linguistici più specifici. Ad esempio, per “persuadere” (scopo generale) si potrebbe prima “informare” (scopo intermedio) e poi “argomentare” (scopo più specifico). La complessità della comunicazione umana si rivela proprio nella tessitura di questi scopi e nella flessibilità con cui il linguaggio viene impiegato per raggiungerli.

In conclusione, la prospettiva dei semanticisti sull’atto linguistico ci offre una lente preziosa per analizzare la comunicazione. Essa ci spinge a vedere il linguaggio non come un mero strumento descrittivo, ma come un potente mezzo di azione, intriso di intenzionalità e finalità sociali. Gli atti linguistici, in quanto azioni sociali governate da gerarchie di scopi, non solo veicolano informazioni, ma plasmano le nostre interazioni, costruiscono la nostra realtà sociale e ci permettono di influenzare il mondo intorno a noi. Comprendere questa dimensione attiva e orientata agli scopi del linguaggio è fondamentale per cogliere appieno la sua ricchezza e la sua profonda incidenza sull’esperienza umana.

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