Categorie mentali

Le categorie mentali: architetture del pensiero tra attenzione e linguaggio

La comprensione di come l’essere umano costruisca la propria realtà mentale è da sempre una delle sfide più affascinanti dell’indagine filosofica e scientifica. Nel panorama delle teorie cognitive, il modello proposto da Jacqueline Bickel, che riprende le intuizioni di Silvio Ceccato, offre una prospettiva originale sulla genesi delle categorie mentali, individuando nella dinamica dell’attenzione il motore primario della loro formazione. Questa visione suggerisce che la struttura stessa del nostro pensiero, e con essa la nostra capacità di percepire, rappresentare e relazionare il mondo, si edifichi attraverso un processo di combinazione di stati attenzionali elementari.

L’ipotesi di partenza è che esista uno “stato di attenzione isolato”, paragonabile a una sospensione momentanea del pensiero. È un istante di vuoto, di pura attesa, che Bickel associa alle esclamazioni primarie come “guarda!” o “attento!”. Questo stato non è un’assenza di attività, ma piuttosto una focalizzazione priva di contenuto specifico, una sorta di “punto zero” della coscienza da cui emerge la possibilità di ogni successiva elaborazione. È un’apertura recettiva, un input primario che precede l’interpretazione.

La vera rivoluzione concettuale avviene quando si postula che la combinazione di due o più di questi stati di attenzione isolata dia origine alla categoria. Non è dunque un’entità preesistente o un’impronta esterna a generare il concetto, ma la relazione interna tra due momenti attentivi. La mente del bambino, fin dai primi giorni di vita, si configura come un laboratorio instancabile che genera e riutilizza un numero crescente di queste combinazioni attenzionali. Applicate in rapida successione al flusso continuo degli organi di senso, queste strutture permettono un’escalation cognitiva: dalla semplice percezione (il riconoscere un quid), si passa alla rappresentazione mentale (il permanere di quel quid anche in sua assenza), all’osservazione (l’analisi più profonda del quid e delle sue proprietà), fino alla progressiva e complessa strutturazione dell’intera rete correlazionale del pensiero.

La memoria, in questo quadro, non è un mero archivio, ma un processo attivo e dinamico che garantisce la persistenza e la disponibilità dei costrutti attenzionali appena formati. Mantenendo presenti queste “architetture” attentive, la memoria consente al bambino di riapplicarle, modificarle e combinarle ulteriormente, costruendo un apparato cognitivo sempre più sofisticato.

Le categorie, come sottolinea Bickel, sono strumenti indispensabili per l’organizzazione del pensiero e, non a caso, sono tra i primi costrutti a ricevere una denominazione linguistica. Il linguaggio, in questa prospettiva, non si limita a etichettare una realtà preformata, ma cristallizza e rende socialmente comunicabili queste strutture attentive. Così, accanto all’identificazione di una “cosa”, emergono progressivamente concetti fondamentali come il singolare e il plurale (due o più attenzioni a un elemento), l’inizio e la fine (l’attenzione focalizzata su due punti temporali distinti di un evento), lo stesso e l’altro (la comparazione tra due stati attentivi di due entità), la parte e il tutto (l’attenzione focalizzata su un elemento interno rispetto all’attenzione focalizzata su un insieme), lo spazio e il tempo, la causa e l’effetto, i numeri e le forme geometriche. Anche elementi grammaticali come le preposizioni e le congiunzioni, lungi dall’essere mere convenzioni sintattiche, rifletterebbero categorie attenzionali che stabiliscono relazioni spaziali, temporali, logiche tra i concetti.

Questa teoria offre spunti preziosi per l’antropologia cognitiva e la filosofia del linguaggio. Essa suggerisce che la nostra esperienza del mondo non è una ricezione passiva, ma un’attiva costruzione attentiva. Le categorie mentali, lungi dall’essere universali innate o prodotti culturali arbitrari, emergono da un meccanismo di base della coscienza che combina stati di attenzione. Il linguaggio, a sua volta, non solo riflette, ma solidifica e permette la trasmissione di queste complesse architetture attentive, rendendo possibile la condivisione e l’evoluzione del pensiero collettivo. Comprendere la genesi delle categorie mentali in questa luce significa riconoscere il ruolo fondante della nostra capacità di dirigere e combinare l’attenzione nella costruzione della nostra intera impalcatura cognitiva e, in ultima analisi, della nostra stessa umanità.


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