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Jacqueline Bickel a Chiesina Uzzanese (PT)
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….. Ricordando la dott.ssa Jacqueline  Bickel a Chiesina Uzzanese (PT)
 
I miei ricordi più recenti di Jaqueline Bickel  sono  legati ad un bel periodo della mia esperienza di Dirigente Scolastico, quattro o cinque anni che iniziarono con  l’a.s. 1998/99 e che la memoria mi restituisce come una sorta di “età dell’oro” della mia storia professionale.
Iniziammo allora, nelle scuole dell’infanzia e primarie del Circolo didattico di Chiesina Uzzanese la collaborazione sistematica con la dott.ssa Bickel per la realizzazione del Progetto “Crisalide”, che aveva come obiettivo “favorire e facilitare il pieno sviluppo della personalità e delle potenzialità di base dei bambini dai tre agli otto anni” e trarne fuori tutta  la ricchezza possibile,  perché, come ci suggeriva Claudio Magris, “dietro le cose così come sono c’è anche una promessa, l’esigenza di come dovrebbero essere; c’è la potenzialità di un’altra realtà che preme per venire alla luce, come la farfalla nella crisalide” (Utopia e disincanto., Garzanti 1999). Mettemmo questa frase nella premessa del nostro progetto e ne avviammo la realizzazione seguendo il “metodo Bickel”, con una convinzione consapevole e un entusiasmo che raramente avevo sperimentato nella mia già lunga carriera di dirigente scolastico. Un clima positivo che coinvolgeva tutte le insegnanti della Scuola dell’infanzia, e si trasmetteva alle colleghe della Primaria, che mi faceva sentire orgogliosa della comunità scolastica della quale, da molti anni, ero parte.
Il progetto Crisalide era tuttavia  l’epilogo di un rapporto di stima e ammirazione per Jaqueline Bickel   che veniva da lontano.
Ci eravamo, infatti, conosciute  circa 20 anni prima, agli inizi della mia carriera di Direttrice didattica, quando, per spontaneo interesse umano e professionale, concentravo la mia attenzione sugli alunni portatori di handicap. Il loro inserimento nelle classi “normali” era ancora un fatto abbastanza pionieristico e molto problematico, fare in modo che questo inserimento non fosse un fatto solo nominalistico era impresa ancora più difficile da attuare.
In questo contesto ci eravamo incontrate, all’AIAS di Pistoia, in occasione dei colloqui periodici con i genitori e gli insegnanti,  ai quali entrambe partecipavamo, io per arricchire le mie scarse conoscenze e lei come consulente. 
Ho un ricordo vivissimo di quegli incontri e in particolare della sua capacità di esprimere in modo chiaro e comprensibile concetti difficili, diagnosi complesse, frutto di studi approfonditi, che dovevano essere capiti e accettati da genitori, in genere persone semplici, emotivamente fragili, senza troppe conoscenze scientifiche in merito alle disabilità dei propri figli, persone che spesso si aspettavano, dagli esperti e dalla scuola, interventi risolutivi che difficilmente si sarebbero realizzati.
La dott.ssa Bickel spiegava, insisteva sulle abilità che si potevano potenziare, suggeriva comportamenti da mettere in atto nella vita quotidiana, obiettivi semplici di autonomia personale, di relazione, di comunicazione, entrava nei particolari, indicava gesti banali da ripetere continuamente, azioni apparentemente insignificanti, in realtà importantissime per i bambini con patologie psico-motorie e/o intellettive.
Ricordo che uscivamo da quei colloqui sempre con un po’ di fiducia in più, con un po’ di coraggio in più, sapendo che potevamo fare qualcosa per questi nostri alunni e figli, convinte che il nostro impegno, guidato da persone che sapevano più di noi, poteva, almeno in parte, migliorare la loro vita.
Ho ritrovato questa capacità “divulgativa” e questa disponibilità a parlare in modo semplice di cose complesse in tutte le occasioni che ho avuto, negli anni successivi, di incontrare la dott.ssa B. nei corsi di formazione e negli incontri con i genitori che frequentemente si organizzavano nelle scuole del Circolo di Chiesina Uzzanese e nei quali la sua presenza costituiva sempre un valore aggiunto.
Condividevamo la consapevolezza che una corretta azione educativa e didattica passasse attraverso la conoscenza dei meccanismi che producono apprendimento, per questo le piaceva insistere sul concetto di “costruzione” delle conoscenze, piuttosto che sullo “sviluppo”, e assegnare agli insegnanti e alle famiglie un ruolo fondamentale che ne valorizzava le competenze.
Pensavamo entrambe che la pratica non supportata dalla teoria può diventare tecnicismo, ma la conoscenza teorica senza operatività rimane spesso sapere astratto e, a volte, ideologismo. Così almeno io interpretavo il suo impegno continuo, fino a tarda età, a venire nelle scuole ed a parlare, instancabilmente, delle sue ricerche, a spiegare con pazienza il senso e l’importanza di certe pratiche, esercitazioni, comportamenti, relazioni, a proporre soprattutto suggerimenti operativi e percorsi didattici.
Io conoscevo bene la diffidenza degli insegnanti per i discorsi puramente teorici, per le belle enunciazioni che trascuravano, però, la realtà complessa delle sezioni/classi e la difficoltà di trasferire idee in operazioni, il sapere nel fare. Anche la dott.ssa Bickel sembrava aver chiaro questo aspetto che la differenziava dai tanti relatori dall’eloquio e dai modi, forse, più affascinanti ma assai meno in sintonia con i bisogni formativi degli insegnanti.
Fu proprio la fiducia nella sua disponibilità a sostenerci, anche attraverso la presenza del suo più stretto collaboratore e nostro amico dott. Giuntoli, che aderimmo alla sperimentazione dei materiali che essi avevano predisposto e fummo disposti al rinnovamento della didattica e dell’organizzazione che questa esperienza innovativa comportava. Il progetto “Crisalide”, appunto, che, in una immagine forse un po’ letteraria, esprimeva l’esigenza reale di dare senso e indirizzo a quell’ obbligo di  “programmazione per obiettivi”, ritornello di quegli anni di innovazione didattica,  pretesa ma  spesso realizzata solo a parole.
La nostra aspirazione, al contrario, era che il “programmare” diventasse “fare” e “verificare” e “ modificare” in base ai risultati, cercavamo una strada controllabile con  l’appoggio di una teoria e di strumenti validati, frutto di ricerca e competenza ma avevamo bisogno di incoraggiamento e rassicurazioni.  Fu questa spinta che la dott.ssa Bickel ci offri e alla quale le insegnanti risposero con interesse e partecipazione, arricchendo il proprio bagaglio di conoscenze, mettendo in moto la loro creatività nell’organizzare la didattica per gruppi, migliorando la collaborazione interna tra le sezioni/classi che divennero “aperte”, coinvolgendo i genitori, interessando le Amministrazioni Comunali ad adeguare i servizi alle esigenze del cambiamento didattico.  Furono anni impegnativi, non privi di difficoltà, ma ricchi di novità e cambiamento positivo.
Mi piace pensare che quel periodo di entusiasmo abbia prodotto una crescita non solo nella qualità formativa delle nostre scuole ma  nella sensibilità di tutto il  territorio verso i problemi educativi, dei più piccoli in particolare,   e che continui a dare i suoi frutti oggi che la nostra “crisalide” è diventata qualcosa di ben più grande e significativo:  il progetto Galileo, diffuso a livello nazionale e attuato in molte scuole di ogni ordine e grado, con materiali sempre più ricchi e attività di formazione ad altissimo livello. 
Ma nel mio ricordo di quei primi anni di sperimentazione, la dott.ssa Bickel è sempre lì, sullo sfondo, con la sua presenza discreta, l’eleganza vagamente teutonica, la ricchezza delle idee e la semplicità con la quale sapeva comunicarle. 
 
Alessandra Falpo
 
Chiesina Uzzanese 24/5/2018

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