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Come prevenire i DSA
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METODO INDUTTIVO E METODO DEDUTTIVO 
 
 
di Jacqueline Bickel

 

Secondo il mio punto di vista i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), tanto diffusi al giorno d’oggi, non sarebbero ereditati dai bambini col loro DNA, o causati da una loro negligente applicazione allo studio, bensì sarebbero provocati, certamente in modo del tutto inconsapevole, dai contesti che dovrebbero educarli.
L’errore di partenza sta nella parola sviluppo. La parola sviluppo contiene all’interno del suo significato l’interazione fra l’opera del DNA da un lato e quella del contesto ambientale dall’altro. Quando ci si riferisce al corpo fisico, animale o vegetale, il DNA si preoccupa di scandire tutte le tappe dello sviluppo, mentre il contesto svolgerà sempre gli stessi compiti: nutre, idrata, protegge e cura.
Poiché siamo circondati da tanta fisicità la parola sviluppo è stata attribuita anche ai prodotti della mente: si parla di sviluppo cognitivo, sviluppo del linguaggio… Ma in questo caso la parola trae in inganno; per i prodotti della mente sarebbe più corretto usare la parola costruzione.
Nel caso dei prodotti della mente, infatti, il rapporto fra l’opera del DNA e quello del contesto si inverte: il DNA si preoccupa esclusivamente di fornire a chi nasce tendenze ereditate, ma affida al contesto ambientale l’opportunità di esaltarle od inibirle, aiutando o contrastando il bambino nella costruzione della propria mappa cognitiva mentale.
Ogni bambino che nasce, infatti, ha il compito di costruire, fin dal momento della nascita, la propria mappa cognitiva e in questo compito costruttivo dovrà essere aiutato dal contesto ambientale, che gli fornirà modelli di comportamento da imitare, materiali, strumenti, possibilità di usarli, tempo e occasioni per esercitarsi, incoraggiamento. L’educazione dei piccoli consiste proprio nell’opera responsabile dell’ambiente, per aiutare ciascuno a costruirsi la propria mappa cognitiva.
A ogni bambino che nasce il DNA individuale porta in eredità una serie di geni utili alla costruzione della propria mappa cognitiva mentale, ma dal momento della nascita in poi non si occuperà più della loro evoluzione, che sarà affidata invece all’opera dei contesti ambientali in cui egli si trova immerso, a cominciare dalla società troppo veloce e troppo tecnologica e dalla famiglia, troppo ridotta nel suo nucleo o allargata in modo anomalo, con ripercussioni sulla motivazione dei bambini.

 

La mappa cognitiva umana è costituita da due sottomappe: la mappa episodica, che contiene tutti i comportamenti percettivi, legati alla progressiva conquista di autonomie personali, oltre alle emozioni e alle motivazioni: in sintesi il pensiero pratico. Questa mappa è condivisa da tutte le specie animali e consente, grazie a capacità e abilità acquisite, l’adattamento ad una specifica nicchia ecologica.
I contenuti della mappa episodica, acquisiti con l’integrazione di dati motori, visivi e uditivi, ossia da dati forniti dal proprio corpo fisico, sono dati sicuri, che consentono la rappresentazione mentale di oggetti e azioni a seconda di ciò che serve al momento del loro successivo incontro. È noto che bambini piccoli, che ancora non parlano, sono in grado di riconoscere la propria casa, le persone e gli oggetti quotidiani da usare al momento opportuno.
La specie umana tuttavia offre in eredità ai piccoli anche la capacità di linguaggio, che consiste nella capacità di codificare il proprio pensiero; codificare significa rendere equivalente il pensiero pratico ad una precisa catena di suoni: le parole e le frasi di una lingua.
Di conseguenza ogni bambino accanto alla sua mappa episodica dovrà costruire anche una seconda mappa, la mappa semantica, che conterrà tutte le conoscenze acquisite con le parole e con le frasi della sua lingua materna. Parole e frasi non forniscono mai di per sé dati sicuri, in grado di attivare la rappresentazione mentale, tuttavia possono diventarlo ogni qualvolta esse vengano strettamente associate ai dati della mappa episodica.
La mappa cognitiva globale non può contenere contraddizioni; perciò la mappa semantica deve innanzitutto unirsi saldamente alla mappa episodica, codificandone la maggior parte dei contenuti percettivo-emotivi legati alla crescente autonomia, ma in seguito deve anche consentire ad ogni parola nuova, che vi entra, di collegarsi, mediante il maggior numero di legami linguistici e logici, con i contenuti verbali già presenti. Parole e frasi scollegate o poco collegate al reticolo verbale già formato possono intasare la mappa semantica invece di renderla facilmente utilizzabile.
Questo è stato confermato dall’eccellente esposizione della dottoressa Dentella, quando dice che per ottenere una reale competenza non è sufficiente la conoscenza verbale, ma è indispensabile che quest’ultima si associ innanzitutto alle capacità e alle abilità individuali, rappresentate dai comportamenti, quindi alla mappa episodica. Una reale competenza inoltre prevede che le conoscenze acquisite siano facilmente evocabili al momento del bisogno; per essere facilmente evocata mentalmente è necessario che ogni conoscenza verbale non resti isolata, ma sia collegata al maggior numero di altre conoscenze all’interno della mappa semantica grazie a relazioni e schemi logici.

 

Gli insegnanti, soprattutto quelli dei primi anni, della scuola dell’infanzia e della primaria, vengono abilitati ad un compito così importante senza che siano fornite loro adeguate conoscenze sulla natura mentale dell’apprendimento infantile, su come ogni bambino costruisca ed usi la sua mappa cognitiva.
Senza adeguate informazioni sulla natura neurologica e sulla genesi dell’apprendimento le insegnanti dei primi anni, quelle che hanno la maggiore responsabilità nel contrastare i disturbi dell’insegnamento informale già indotti nei bambini da società e famiglia, finiscono con l’associarsi all’opera nefasta dei primi due contesti, proponendo precocemente ai piccoli un insegnamento secondo il metodo deduttivo, l’ultimo che essi stessi hanno sperimentato negli ultimi anni della loro educazione.
Il metodo deduttivo si preoccupa di fornire in continuazione contenuti nuovi e totalmente sconosciuti ai piccoli, partendo da spiegazioni prevalentemente verbali ed esempi verbali non sufficientemente ripetuti, esposti in una sapiente lezione frontale, allo scopo di svolgere un programma. Ma questo metodo, che pure ha i suoi vantaggi di velocità per chi dispone di una mappa semantica ben strutturata, non è assolutamente adatto per bambini allo stadio preoperatorio ed anche per tutto l’obbligo scolastico.
I bambini piccoli hanno assoluto bisogno prima di tutto di rafforzare la loro mappa cognitiva con un insegnamento induttivo, che parta sempre dal concreto, cioè dalla mappa episodica che contiene sempre significati sicuri, legati a ciò che sanno fare e fanno abitualmente.
Il metodo induttivo infatti si preoccupa innanzitutto di indurre, cioè di guidare ogni bambino alla codifica del suo pensiero pratico. Maggiore è l’autonomia di un bambino, maggiori saranno le sue opportunità di codificare pensieri sicuri, iniziando a costruire una mappa semantica con parole in grado di attivare immediatamente la rappresentazione mentale del loro significato.
Ma non basta. Per acquisire una reale competenza è anche indispensabile che, all’interno della mappa semantica, ogni bambino leghi fra loro ogni parola col maggior numero di nessi logici: inizialmente solo a due a due grazie alle relazioni logiche, in seguito con gli schemi logici. Ciò risulta indispensabile per attivare rapidamente non solo l’evocazione e la rappresentazione mentale, ma soprattutto la capacità di operare sulla rappresentazione mentale.

 

Ogni bambino in pratica deve essere guidato presto a costruirsi una solida mappa semantica, facendo proprie le relazioni logiche con l’azione e l’osservazione, partendo quindi dalla mappa episodica, ma anche e soprattutto parlando mentre agisce e osserva.
Se i bambini saranno abituati presto a codificare in forma linguistica i contenuti pratici sicuri, già in loro possesso, saranno in grado di costruirsi una mappa verbale altrettanto sicura, in modo da potersi servire del linguaggio in comprensione ed in espressione nel loro apprendimento scolastico, così come usano la loro mappa episodica nell’apprendimento pratico.
Invece, senza l’aiuto di una solida mappa semantica ben collegata a quella episodica, comportamentale e pratica, e con la presenza di conoscenze verbali acquisite ben collegate fra loro, per essere rapidamente evocate, i bambini trovano difficoltà ad imparare in un contesto scolastico, che usi troppo precocemente il metodo deduttivo. Questo metodo infatti li costringe a memorizzare e ad elaborare solo col linguaggio continue quantità di contenuti verbali nuovi, senza essere in grado di attivare la loro rappresentazione mentale.
Così, col procedere dell’iter scolastico, alcuni bambini cominciano a manifestare i sintomi di quelli che vengono impropriamente chiamati DSA, ma che sono soltanto difficoltà provocate da un’immersione intensiva e troppo precoce degli scolari nell’insegnamento deduttivo.
Purtroppo le neuroscienze ci informano che i circuiti nervosi costruiti nei primi anni sono i più stabili e resistenti ad ogni cambiamento. Quindi, nonostante una sapiente diagnosi, fatta quando i DSA sono ormai comparsi e risultano evidenti, sarà sempre molto difficile affrontarli con metodi riabilitativi, e soprattutto risolverli.

 

Per fortuna il metodo induttivo può essere usato anche a percorso scolastico già avviato, tutte le volte che l’insegnante avrà l’accortezza di partire da esempi concreti visivo motori, piuttosto che solo verbali.
Una chiara dimostrazione di metodo induttivo, da adottarsi negli ultimi anni della scuola primaria o anche alle medie, ci è fornita sempre dalla dottoressa Dentella nella sua esauriente presentazione, nella quale spiega come chiarire ai bambini i termini e le relazioni della geometria piana (quadrato, rombo, parallelogramma, diagonale…) servendosi di asticelle mobili piuttosto che di disegni e di definizioni.
L’uso intensivo e costante del metodo induttivo nei primi anni, e durante tutto l’obbligo scolastico se necessario, è il modo migliore di attuare una reale prevenzione all’interno della scuola dei DSA.
  di J.Bickel

Pubblicato il 2011-11-06

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