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Considerazioni sulla necessitÓ di orientamento dall'infanzia
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Considerazioni sulla necessità di orientamento fin dalla scuola dell'infanzia

 

In generale, il termine orientamento può indicare due azioni diverse: quella del soggetto che viene messo in condizione di effettuare attivamente la propria scelta scolastica e/o professionale e quella dell’intervento degli operatori per supportare l’individuo in questo processo di scelta. Entrambe le azioni rappresentano due aspetti di uno stesso meccanismo, interno anche all’etimologia del termine “orientamento”: esso deriva dal participio presente del verbo latino orior che indicava il procedimento per permettere di trovare la posizione del Nord in modo da poter stabilire la giusta direzione verso cui muoversi. Ogni azione orientativa è espressione di una diatesi riflessiva del verbo “orientarsi”, vale a dire mettere l’individuo in grado di possedere quegli strumenti e quella conoscenza di sé che gli permettano di gestire la propria vita personale e professionale in funzione di una soddisfacente realizzazione di sé e di un produttivo inserimento nel proprio contesto sociale.

di Giuntoli G.*, Batistini C.*

 

Che cos’è l’orientamento

L’orientamento assume una valenza formativa nel senso di acquisizione di specifiche competenze orientative, cioè diverse in rapporto alla situazione che la persona si trova ad affrontare (Pombeni, 1996).

In generale, in un intervento orientativo finalizzato a sostenere i ragazzi più grandi nella progettazione, decisione e realizzazione di una scelta, gli operatori dovranno privilegiare lo sviluppo di alcune competenze (Mancinelli, 1999):

  • la conoscenza delle variabili implicate nel processo di orientamento;

  • l’analisi dell’immagine di se stessi e del contesto sociale in cui si è inseriti;

  • la raccolta e l’organizzazione delle informazioni necessarie per la presa di decisione;

  • lo sviluppo della capacità progettuale e decisionale;

  • il potenziamento delle risorse individuali;

  • l’uso di fonti e di strumenti informativi disponibili;

  • l’adozione di comportamenti adeguati alla realizzazione del progetto orientativo.

Anche da quanto sopra riportato, si evince che, attualmente, nell’ambito dell’orientamento, l’approccio denominato globalistico-interdisciplinare (Di Fabio 1998; Mancinelli; 1999; Castelli 2002) è quello che meglio risponde alla molteplicità e complessità delle esigenze orientative che provengono dal mondo della scuola e del lavoro. Tale prospettiva fa riferimento alla persona nella sua globalità e nel suo sviluppo lungo tutto l’arco della vita e considera l’individuo non solo in rapporto con interessi, abilità, motivazione e caratteristiche personali, ma anche in relazione all’insieme di fattori sociali in cui esso è inserito. Accanto a questo, risulta importante la raccolta di informazioni da poter elaborare, organizzare e utilizzare per la presa di decisione. È un approccio polivalente che consente di usufruire di modelli teorici, metodologie, strumenti e figure professionali diverse in rapporto alla specifica situazione (Castelli & Venini, 1996).

Una delle direttrici di riferimento appartenente a questa prospettiva, e che dà ragione dell’importanza dell’orientamento fin dalla Scuola dell’Infanzia, lo concepisce come processo continuo e formativo che aiuta il soggetto a maturare capacità di decisione, di autoconsapevolezza e di autostima parallelamente con lo sviluppo professionale (Viglietti, 1995).

L’importanza di orientamento in età precoce viene affermato a livello legislativo dall’art.1 della Direttiva Ministeriale n.487 del 6 agosto 1997 dove si afferma che. “L’orientamento, quale attività istituzionale delle scuola di ogni ordine e grado, costituisce parte integrante dei curricoli di studio e, più in generale, del processo educativo e formativo, fin dalla scuola dell’infanzia”. In questa prospettiva,rn rnla Scuola dell’Infanzia e Primaria hanno il compito di attivare un processo mirato alla graduale crescita personale riguardante la conoscenza di sé e lo sviluppo di capacità progettuale: il primo protagonista del processo orientativo è il bambino.

In questi ultimi anni, si sta assistendo ad un ormai unanime riconoscimento del fatto che l’orientamento deve essere considerato come una delle componenti fondamentali del processo formativo e dell’educazione e che la sua sede più naturale non può essere che la scuola. Secondo alcuni autori (Scurati, 1976; Soresi e Nota, 2000) questo significa ritenere insegnabili e incrementabili quelle abilità che i ragazzi mettono in atto per effettuare decisioni autonome e consapevoli.

Inoltre, l’azione orientativa realizzata con ottiche interdisciplinari e con l’intervento di professionalità diverse dovrà risultare collegata alla programmazione educativa e didattica, diventando sistematica. Infine, l’attività di orientamento, come qualsiasi altro intervento educativo, richiede la partecipazione attiva di coloro che sono interessati all’assunzione di decisioni: studenti e loro familiari. Risulta quindi necessario un collegamento stretto con la famiglia per la costruzione di competenze quali “il sapere di saper fare” e “il saper esprimere questo meta-sapere”.

L’esigenza di un orientamento che si realizzi lungo un continuum attraverso l’arco della vita e non si limiti ad un atto episodico viene ribadito a livello internazionale anche nella “Raccomandazione” conclusiva del Congresso dell’UNESCO (Bratislava, 1970): “Orientare significa porre l’individuo in grado di prendere coscienza di sé e di progredire, con i suoi studi e la professione, in relazione alle mutevoli esigenze della vita, con il duplice scopo di contribuire al progresso della società e di raggiungere il pieno sviluppo della persona umana”.

In un’ottica di orientamento inteso come possibilità di facilitare i processi decisionali affinché siano consapevoli, lungimiranti, economici in termini di tempo e di risorse emotive (Castelli, 2002), le critiche e le obiezioni conseguenti alla sensatezza di quanto sopra descritto possono essere molteplici:rn rnla Scuola Primaria rappresenta oggi un percorso obbligato al quale segue un altro obbligo (Scuola Secondaria di I grado) non permettendo libertà sulla scelta e di percorsi formativi. Ancor più nel contesto della Scuola dell’Infanzia! In più, non ha senso pensare ad un bambino della scuola dell’Infanzia o Primaria capace di effettuare tali scelte. Al più si può pensare ad una necessità di orientamento per i genitori in modo da favorire le risorse dei figli ed eventualmente in modo da ridimensionare le loro aspettative e aspirazioni nei confronti dei figli.

Tuttavia, se ci si riferisce ad una definizione di orientamento in un’ottica più allargata, cioè formazione della persona come globale preparazione all’assunzione di ruoli adulti, ecco che diviene necessario un orientamento che non ha come obiettivo quello di stilare unità didattiche incentrate su “cosa voglio fare da grande?” ma di guardare a sviluppare le competenze necessarie per essere in futuro protagonisti attivi della propria vita, valorizzando appieno le capacità personali.

 

Chi fa l’orientamento

La Scuola dell’Infanzia tiene conto della storia personale del bambino nella progettualità educativa tale da svolgere una funzione di filtro, arricchimento e valorizzazione nei confronti delle esperienze extrascolastiche, al fine di sostenere il sorgere e lo sviluppo della capacità critica e di autonomia del comportamento.

A questo scopo, è opportuno sia il coinvolgimento dei genitori nella stesura del percorso formativo, sia una linea di continuità di rapporto con figure di raccordo: da un lato con gli educatori di asilo nido, ove questa esperienza venga svolta; dall’altro con gli attori della futura scuola dell’Infanzia e, successivamente, della scuola Primaria per poter comunicare informazioni utili sui bambini e sui percorsi didattici svolti, per condividere impianti metodologici ed educativi e per poter organizzare attività comuni.

Infatti, tra i 3 e i 6 anni, nessuna attività può essere concepita in termini di materie o ambito di sviluppo disciplinare, mentre nella scuola Primaria l’alunno viene avviato progressivamente all’apprendimento delle diverse discipline. Questo apprendimento si basa sui suoi interessi e sulle sue capacità che sono differenziati con riferimento ai diversi ambiti. Nessuno ha uno stesso livello di interessi e capacità per tutte le discipline. Studiando le materie curriculari, l’alunno conosce meglio se stesso: si accorge che alcune lo coinvolgono di più e le apprende più facilmente; altre, invece, lo annoiano; altre ancora possono risultare difficili. L’attività formativa svolta quotidianamente nella scuola lo aiuta, dunque, a comprendere meglio i propri interessi e le proprie capacità e, contemporaneamente, tende ad assicurare successo in tutti i settori di intervento.

In tal senso l’ausilio di uno psicologo dell’orientamento è finalizzato alla stesura di valutazioni individualizzate per ciascun bambino; alla formazione e al coinvolgimento dei docenti in modo che siano in grado di progettare piani di studio personalizzati; al coinvolgimento in tutto ciò delle famiglie e degli enti istituzionali.

Sin dalla Scuola dell’Infanzia, dove le materie non sono ancora specialistiche, e anche negli anni della Scuola Primaria-Secondaria di I grado, uno dei ruoli dell’insegnante è quello di far appassionare gli studenti alla propria materia e quindi influisce sul processo di auto-orientamento dell’alunno. Sembra auspicabile favorire nel bambino apprendimenti relativi ad ogni materia del percorso scolastico (sia esso italiano, matematica o musica oppure disegno); per poter arrivare a possedere un bagaglio di conoscenze, esperienze e sperimentazioni concernenti le varie materie che gli consentano successivamente di fare una scelta a trecentosessanta gradi.

 

Come si fa l’orientamento

Quest’ultima azione è direttamente connessa al locus of control (attribuzione di causalità nel successo o insuccesso di un evento); al problem solving, cioè la riorganizzazione cognitiva che interviene all’insorgere di un problema per raggiungere comunque l’obiettivo prefissato; all’elaborazione di informazioni, vale a dire la capacità sia di raccogliere informazioni inerenti l’obiettivo, sia di vagliarle criticamente e sia di organizzarle in un insieme unitario; alle abilità sociali, cioè la capacità di sapersi relazionare con gli altri che implica capacità di assertività, di comunicazione, di lavoro di gruppo e di gestione di situazioni problematiche.

 Anche se solo recentemente,rn rnla Scuola dell’Infanzia ha assunto la forma di vera e propria istituzione educativa configurandosi come il primo grado del sistema scolastico, mentre in precedenza svolgeva prevalentemente la funzione di assistenza ai bambini e di supporto alle famiglie. Come afferma il Decreto Ministeriale 3/6/1991, noto agli operatori del settore come “Orientamenti per la scuola materna”,rn rnla Scuola per l’Infanzia concorre a promuovere “la formazione integrale della personalità dei bambini dai tre ai sei anni nella prospettiva della formazione di soggetti liberi, responsabili e attivi (…). Essa persegue sia l’acquisizione di capacità e di competenze di tipo comunicativo, espressivo, logico ed operativo, sia una equilibrata maturazione delle componenti cognitive, affettive, sociali e morali della personalità” fornendo in questo modo il suo specifico contributo allo “sviluppo dell’unità inscindibile ‘mente-corpo’”.Il bambino viene considerato nel suo essere e nelle sue potenzialità e la scuola deve consentire, a coloro che la frequentano, di raggiungere traguardi di sviluppo in termini di maturazione dell’identità, conquista dell’autonomia e sviluppo delle competenze.

È importante che gli insegnanti e tutti coloro che gravitano nell’orbita dell’orientamento nella scuola (sin da quella dell’Infanzia) si sensibilizzino all’acquisizione di questa consapevolezza in quanto costituisce le fondamenta sulle quali erigere le altri componenti significative del processo orientativo.

In questa ottica, è fondamentale capire la necessità di realizzare già nella Scuola dell’Infanzia quelle condizioni che consentono ai bambini di raggiungere i livelli ottimali nel loro sviluppo globale corrispondente alle loro potenzialità. Questo è possibile intervenendo precocemente con percorsi formativi personalizzati, progettati in seguito ad una conoscenza delle risorse e dei bisogni di ciascun bambino.

Il presupposto teorico alla base di tali affermazioni è la concezione delle intelligenze multiple di Gardner, secondo cui esistono molte forme particolari di intelligenza che vengono sviluppate in culture diverse o in individui specifici in cui i particolari talenti o preferenze ricevono il sostegno della società che li circonda. Egli ne individua sette[2] e sostiene che “i risultati eccezionali vengono ottenuti quando il potenziale innato viene plasmato di pratiche educative che si accordano con le preferenze (bisogni) individuali, in un processo in cui certe abilità modulari e specifiche interagiscono in compiti complessi e vengono mobilitate insieme con altre abilità per fini creativi” (Andreani Dentici, 1990).

Solo operando in un’età così precoce, quando le intelligenze sono ancora tutte ben individuabili e i prodotti delle intelligenze multiple siano facilmente sollecitabili, si può favorire la costruzione e la reciproca interazione delle intelligenze e “colmare” eventuali lacune e le potenzialità che potrebbero rimanere inespresse se l’intervento avviene in un periodo di sviluppo successivo.

Infatti, ogni soggetto le possiede tutte, ma alcune rappresentano i suoi canali privilegiati di relazione e di conoscenza della realtà, mentre altre sono meno sviluppate e costituiscono aspetti del sapere e dell’agire in cui egli è più carente. Questo si rivela estremamente importante dal punto di vista dell’insegnamento in quanto possiede notevoli implicazioni didattiche: il rifiuto di considerare gli individui nel complesso più o meno intelligenti; la necessità di valutarne le competenze rispetto i diversi settori; la possibilità di ognuno di potenziare i propri punti di debolezza, facendo leva sulle tipologie di intelligenza di cui è maggiormente dotato; l’opportunità di valorizzare, all’interno della scuola, intelligenze (come quella personale, cinestetica e musicale) solitamente escluse dai percorsi educativi o scarsamente considerate.

Sembra necessario conferire validità e riconoscimento a tutte le tipologie di intelligenza per due motivi di fondo: per non perdere gran parte degli studenti, sia in senso concreto (ad esempio con abbandoni dei percorsi educativi); sia in senso traslato (ossia in riferimento a tutte le situazioni in cui i singoli hanno talenti in settori che sono trascurati dalla scuola e che quindi possono andare perduti).

Il primo passo da compiere in tal senso, sin dal momento in cui il bambino entra nel mondo scolastico, è quello di aiutarlo a scoprire i propri punti di forza e di debolezza all’interno dell’intero arco delle competenze intellettive di ognuno. In questo modo emergono bambini particolarmente abili in determinati campi del sapere e dell’agire ed alunni che lo sono in altri settori.

Una volta effettuata questa valutazione, è importante tenerne conto nella costruzione dei percorsi individualizzati, volti a potenziarne al massimo i talenti e a portarne al livello più soddisfacente le possibili lacune. Si tratta di “coltivare” con particolare attenzione tali capacità e parallelamente di far leva sulle modalità preferenziali di rappresentazione ed elaborazione del bambino per fargli acquisire, attraverso di esse, competenze in altri settori per lui più difficoltosi che potrebbero andare altrimenti perduti.

Un esempio pratico è rappresentato dal Progetto Galileo[3](Bickel e Giuntoli, 2005a), un intervento iniziato nel 1996 e destinato ad insegnanti ed alunni della Scuola dell’Infanzia, della Scuola Primaria e della Scuola Secondaria di Primo Grado con gli obiettivi di assicurare il ben essere ed il successo scolastico a tutti gli alunni effettuando una valutazione individualizzata per ciascun bambino sui prodotti delle intelligenze multiple e di progettare i piani di studio personalizzati secondo questa prospettiva teorica, coinvolgendo e formando non solo i docenti ma anche le famiglie e gli enti e istituzioni del territorio (Bickel e Giuntoli, 2005b).

Da questa breve riflessione, confrontandosi con le diverse filosofie di orientamento oggi presenti e con la realtà formativa della scuola nel suo ambito educativo e didattico, sembra possibile e plausibile parlare di orientamento fin dalla scuola dell’Infanzia. Come dimostrato dal contesto teorico e socio-culturale in cui ci muoviamo oggi, i tempi sembrano maturi per lavorare ad una sensibilizzazione in tale prospettiva per poi muovere concretamente i passi verso questa direzione. Infatti, solo partendo da queste fondamenta sembra possibile attuare in modo più appropriato un vero e proprio orientamento “ad ampio raggio” nelle fasi successive di sviluppo del bambino. Questo apre a considerazioni che porterebbero ad allontanarsi dalle finalità che questo articolo si proponeva e che per questo saranno oggetto di una futura riflessione sull’orientamento all’interno della Scuola Primaria di Secondo Grado.

Il momento evolutivo in cui l’alunno si trova può far emergere problemi specifici del periodo di sviluppo contribuendo a rendere più complesso il processo di scelta, investendolo di contenuti e significati relativi ad altri aspetti della persona.

Gli interessi, definiti come una predisposizione affettiva verso oggetti del mondo esterno vissuti come gratificanti, si formano e si sviluppano in rapporto ad una serie di variabili di diversa origine: personale, relazionale, sociale e culturale. Gli interessi possono cambiare nel corso del tempo e si evolvono parallelamente allo sviluppo affettivo e cognitivo dell’individuo: quelli professionali del bambino piccolo sono legati ad elementi di fantasia per poi passare nella pre-adolescenza ad uno stadio di maggiore concretezza ed arrivare ad una fase più realistica nella piena adolescenza. Accanto agli interessi professionali sono da considerare anche tutte quelle attività di tipo culturale e ricreativo, individuali o di gruppo, al di fuori dell’ambito scolastico.

La motivazione, cioè la spinta che sulla base di un impulso, un bisogno, un desiderio, un interesse o un’aspirazione spinge l’individuo ad agire verso mete ben precise. Nei primi anni di sviluppo, la motivazione è indotta dall’ambiente esterno (genitori, insegnanti, ecc.) e viene definita “estrinseca”; con la crescita, si sviluppa la motivazione intrinseca che prevede l’adesione intenzionale e consapevole del soggetto nei riguardi di specifiche mete da raggiungere.

La struttura di personalità influisce sui processi cognitivi e sulle abilità intellettive, sulla capacità di mantenere con costanza un impegno, sulla capacità di assunzione, in prima persona e in piena autonomia, di responsabilità nei confronti della propria vita.

L’autostima, vale a dire la fiducia realistica nelle proprie possibilità, un sicuro e stabile senso della propria identità e la consapevolezza di poter essere il centro della propria vita e delle proprie decisioni, è strettamente legata al successo scolastico e professionale in quanto influisce sul senso di auto-efficacia. Questo riguarda il grado di fiducia nei confronti delle proprie capacità di affrontare con successo situazioni di attività, di portare a termine compiti, di prendere decisioni anche in situazioni impegnative e di autocontrollo delle emozioni.

All’interno delle variabili psico-sociali vengono collocati i valori professionali definiti come “caratteristiche o condizioni del lavoro rispondenti ad aspirazioni personali che si possono soddisfare più o meno indipendentemente dai diversi settori professionali” (Dupont e Leresche, 1981). I valori derivano dai bisogni e contribuiscono allo sviluppo degli interessi; sono legati a fattori culturali e ambientali e sono strettamente connessi alla motivazione del soggetto e possono variare nel corso del tempo.

Le rappresentazioni sociali sono quelle condivise all’interno di gruppi e di istituzioni; la loro analisi consente di approfondire aspetti della personalità dell’individuo, le sue convinzioni e idee sul mondo del lavoro e di indagare la ragione delle scelte professionali. All’inizio, per il bambino, la prima fonte di rappresentazione sociale è la famiglia, a cui si aggiungono successivamente quelle della scuola e della società esterna.

La famiglia ha un duplice ruolo nel processo orientativo: di influenza diretta o indiretta sulle scelte dei figli e di supporto al processo decisionale.

Nel raggruppamento delle variabili sociali dell’orientamento sono inclusi i percorsi formativi, lo sviluppo delle professioni e il mercato del lavoro.

La scelta delle variabili sopra descritte non vuole essere una “ricetta precostituita” o immodificabile ma, nell’ambito di questa prima riflessione sulla necessità di orientamento fin dalla Scuola dell’Infanzia, tende ad essere una “mappa mentale” per capire che la [struttura di] base per una corretta e piena crescita di ciascuna deve essere sviluppata fin dalle prime fasi dell’infanzia.

 

Qual è il percorso attraverso cui può avvenire l’orientamento?

Prima di tutto è necessario avere piena consapevolezza sia delle fondamentali variabili che intervengono nel processo di orientamento (fig.1) sia del modo più opportuno per saperle utilizzare.

Esse, infatti, possono variare in rapporto alle caratteristiche e ai bisogni orientativi individuali. Alcuni studiosi (Castelli, 2002) le suddividono in tre grandi macro-aree: variabili psicologiche, psico-sociali e sociali.

Le abilità cognitive corrispondono alle potenzialità innate (predisposizioni) di un individuo sviluppate attraverso la pratica e l’esercizio, e consolidate attraverso apprendimenti specifici. Sono le reali capacità di ciascun ragazzo di eseguire determinati compiti; nel corso degli anni, attraverso il rendimento scolastico e la riuscita in particolari discipline, gli alunni dovrebbero acquisire una sufficiente conoscenza della propria struttura mentale e dei settori di apprendimento nei quali hanno migliori possibilità di riuscita. La scelta futura dovrebbe essere fatta in sintonia con preferenze e abilità cognitive già manifestate, ma questo è possibile solo nel caso in cui il soggetto, fin dalle prime fasi dello sviluppo, riesce a sperimentarsi ed esercitarsi in tutte le aree (cfr. più avanti).

L’apprendimento scolastico viene definito come “l’acquisizione a lungo termine di uno stabile bagaglio di conoscenze e delle capacità necessarie per procurarsele” (Ausubel, 1994); una preparazione scolastica adeguata è funzionale non solo all’apprendimento di una cultura di base o di competenze specifiche in determinati ambiti, ma per lo sviluppo di una disponibilità ad acquisire strategie indispensabili per inserirsi positivamente nel futuro.

Il metodo di studio, cioè essere in grado di imparare autonomamente concetti nuovi, riflettere su di essi (metacognizione), organizzarli logicamente, memorizzarli e ripeterli appropriatamente, non arrendersi di fronte alle difficoltà, saper usare conoscenze acquisiste, mantenere un ritmo costante di studio e di concentrazione.

Le competenze trasversali, cioè l’insieme di conoscenze, capacità di azioni e di comportamenti messi in atto in funzione di uno scopo in un determinato contesto che sono state acquisiste anche al di fuori del contesto scolastico.

Una di queste è la capacità di progettazione, risultato di una crescita equilibrata durante tutto l’arco evolutivo e connessa all’acquisizione di una identità più matura, all’assunzione di responsabilità personale, all’autonomia di giudizio e di decisione.

Gli stili decisionali, altra competenza trasversale, sono molteplici: alcuni inadeguati, altri opportuni come la pianificazione in cui il soggetto dopo aver chiarito i propri obiettivi, ricerca le informazioni rilevanti, valuta le alternative possibili, sceglie quella che ritiene più appropriata e pensa a come realizzare ciò che ha deciso.

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[1]rn rnLa Riforma Moratti (L. 53/2003) conferma questo aspetto.

[2] Linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica, [intra]personale e interpersonale

[3] Per approfondimenti cfr. www.galileoeducational.net

 

 

Bibliografia

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* professore a contratto -Facoltà di Psicologia -Università di Firenze

* psicologa dell’orientamento

 

Pubblicato il '2005-12-05

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