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L'educazione linguistica
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L’educazione linguistica, nella scuola dell’infanzia e fino al primo biennio della scuola primaria, deve rispettare lo stile di apprendimento, di tipo induttivo, caratteristico di questa fascia di età La metodologia del Piccolo gruppo, basata su attività concrete, guidate da domande per evocare le conoscenze pregresse ed individuare i punti di innesto delle nuove, abitua ad un uso cognitivo della lingua orale per espandere il codice linguistico e raggiungere progressivamente la codifica del pensiero (scrittura), valorizzando l’ascolto e l’espressione di tutti.

Che cos’è l’educazione linguistica?

Di educazione linguistica nella scuola si parla molto, ma le sue connotazioni sembrano piuttosto vaghe. Per alcuni avrebbe a che fare con la correzione della pronuncia, o con la strutturazione di parole e frasi, in bambini con ritardo nell’acquisizione della lingua madre, e pertanto limitata a pochi casi; quindi materia che si rivolge a un numero limitato di bambini. Per altri coincide con l’avvio alla forma scritta e con quanto appare già svolto da lungo tempo da parte degli insegnanti nei primi anni della scuola primaria. Si trascura però un dato importante: cioè che quando si richiede ai bambini di riflettere sulla forma linguistica già in loro possesso, per scomporre la parola nelle sue sillabe e ogni sillaba nei suoni che la compongono, il passaggio dall’orale allo scritto meriterebbe più appropriatamente il termine di educazione metalinguistica.

Ma allora in che cosa consiste l’educazione linguistica?

Per dare una risposta chiara a questa domanda bisogna tenere presenti innanzitutto le differenze fra due termini spesso usati come sinonimi, linguaggio e lingua. Il linguaggio è la capacità della mente umana di codificare il pensiero e di usare il codice come fosse il pensiero stesso; tale capacità viene ereditata geneticamente ed è particolarmente disponibile nei primi anni di vita, tuttavia deve essere attivata mediante l’apprendimento di una lingua. La lingua è un codice convenzionale, che ogni gruppo umano si è costituito nel tempo, e la cui forma è data da una scelta di suoni e loro combinazioni (fonologia) per formare le parole, da una scelta di parole (lessico) e di loro combinazioni (sintassi) per formare frasi e discorsi. Tutti i nostri bambini pur possedendo geneticamente la capacità di linguaggio devono apprendere ed arricchire la lingua, l’italiano in loro possesso, per implementare la capacità di codifica del loro pensiero.

Quando e come viene appresa la lingua?

L’apprendimento della lingua inizia fra le pareti domestiche, fino dalla nascita, ad opera soprattutto delle madri e di altre persone della famiglia, anche se queste non sono del tutto consapevoli del loro compito di insegnamento, come del resto non sembra che i bambini stessi facciano eccessivi sforzi in questo giocoso apprendimento. La lingua viene insegnata in modo assolutamente informale, e appresa nella sua particolare forma, avviando da un lato il collegamento fra pensiero e codice (funzione semantica del linguaggio) e utilizzando dall’altro il pensiero codificato, per ottenere scopi importanti nella comunicazione (funzione pragmatica del linguaggio). I primi scopi o funzioni del linguaggio si identificano nell’ampliamento della comunicazione non verbale, già messa in atto nei primi mesi di vita da ogni bambino mediante la postura, lo sguardo, l’indicazione con la mano o con il dito. Si tratta delle funzioni strumentale e regolatrice, che ogni bambino utilizza per esplicitare i suoi bisogni e desideri agendo sulle persone che lo accudiscono. Altre funzioni, svolte dall’emergere della parola parlata, sono la funzione interattiva, che funge da intrattenimento piacevole con la madre, o altri adulti, in giochi ritmati da filastrocche e commenti quotidiani, e la funzione personale che mira a far affermare la personalità del piccolo (“è mio, tocca a me, non sono stato io...”). Queste funzioni garantiscono l’acquisizione e il possesso di un primo codice ristretto, che può dare l’impressione di una conquista già completa. È da questo momento, invece, che inizia per tutti i bambini la necessità di essere coinvolti direttamente in attività di educazione linguistica, per espandere la forma linguistica con l’ampliamento del lessico e l’espansione della frase, ma soprattutto per imparare a svolgere autonomamente i diversi usi del linguaggio. A mano a mano che il bambino cresce scopi e funzioni del linguaggio aumentano e si diversificano, innestandosi su altre due funzioni: euristica (che cosa so del mondo che mi circonda) e immaginativa (racconti, resoconti, storie), garantendo anche l’espansione del codice. L’apprendimento della forma linguistica dovrà continuare, con l’espansione sia del lessico sia soprattutto della sintassi, fino al raggiungimento del discorso, unica garanzia di un solido pensiero formale.

Quanti e quali sono gli usi del linguaggio?

Gli scopi o funzioni del linguaggio sono molteplici, ma tutti possono essere raggruppati in due vaste categorie : scopi o usi sociali e scopi o usi cognitivi. Gli usi sociali vengono svolti per una comunicazione diretta fra individui, sono equivalenti all’azione e come tali motivanti di per sé. Derivano dalle prime quattro funzioni, illustrate in precedenza, e per essere svolti è sufficiente il possesso di un codice anche ristretto, basato sulla frase nucleare, quale è quello posseduto dal bambino, prima che inizi a frequentare la scuola dell’infanzia. Gli usi cognitivi, invece, che iniziano con la denominazione e il commento, sottendono la riflessione su ciò che si sta facendo, si è già fatto o si sa fare, e si estendono con la capacità di descrivere, raccontare, prevedere, criticare, valutare..., richiedono al bambino la capacità di decontestualizzarsi, cioè di astrarsi dalla situazione immediata e reale per proiettarsi unicamente nel lavoro mentale, sono perciò molto meno motivanti di quelli sociali e meno spontanei di quanto si creda. Per il loro completo svolgimento è indispensabile il possesso di un codice sempre più elaborato, in grado di passare dall’espansione della frase al discorso. Se l’educazione linguistica ha come scopo di guidare tutti i bambini a realizzare gli usi cognitivi del linguaggio, è importante che all’inizio tali usi vengano raggiunti, pur se in forma ridotta, col linguaggio orale, che consente di apprendere induttivamente attraverso una ricca esemplificazione. Se i bambini verranno abituati a svolgere usi cognitivi orali raggiungeranno automaticamente anche l’elaborazione del codice, mentre non è pensabile l’inverso.

Chi deve guidare l’educazione linguistica?

La maggior parte dei bambini inizia a frequentare la scuola dell’infanzia sapendo parlare in frasi compiute, corrette e senza problemi di pronuncia, tuttavia essi hanno appena iniziato a svolgere usi sociali e la loro conoscenza della lingua si limita a quella di un codice sostanzialmente ristretto. Una grande differenza si è comunque già formata fra quei bambini nati in famiglie, ove abitualmente vengono svolti usi cognitivi, come commentare, raccontare storie, leggere libri o giornali e quelli che provengono da famiglie ove si parla prevalentemente o solo per scopi sociali. Soltanto i primi, che hanno avuto la fortuna di essere continuamente esposti agli usi cognitivi e li hanno visti svolgere da figure parentali positive, vi avranno associato il piacere e il desiderio di eseguirli a loro volta, essendosi identificati con gli adulti e avendone ricevuto la spinta all’imitazione. La scuola allora può e deve assumersi la responsabilità di colmare al più presto tale divario, estendendo a tutti i bambini l’educazione linguistica. Questa coincide con il dare ad ognuno l’opportunità di svolgere usi cognitivi col linguaggio orale, sollecitando ed ampliando così la conoscenza della lingua in espressione, oltre che in comprensione, ed arricchendo il codice con tutti quegli elementi lessicali e sintattici che consentano loro di raggiungere il livello della combinazione di più frasi in un discorso.

A chi si rivolge l’educazione linguistica?

I principali fruitori di questa educazione sono principalmente quei bambini che parlano poco, perché hanno avuto meno opportunità di trovare modelli e motivazioni in ambito familiare. Ma anche i bambini, più fortunati socialmente, possono trarre un grande vantaggio dall’educazione linguistica svolta nelle scuola dell’infanzia, perché la famiglia, anche se è generalmente in grado di fornire modelli adeguati, non è mai la più adatta a guidare i bambini verso tutti gli usi cognitivi e l’espansione armonica del codice.

Come realizzare in pratica l’educazione linguistica?

I bambini non possono espandere il codice soltanto con l’ascolto orale, troppo fugace; hanno bisogno per questo di usare più volte tutte e quattro le forme del linguaggio: parlando, ascoltando, leggendo e scrivendo, con la raccolta di numerosi esempi e l’opportunità di ripetere, per rispettare l’apprendimento per induzione. Perché tutti gli alunni possano avere l’occasione di ascoltare e di parlare è indispensabile il lavoro educativo in piccoli gruppi: i bambini piccoli infatti possono aspettare solo pochi turni per mantenere vivo l’ascolto e per intervenire con il loro contributo verbale. Il numero di bambini nel gruppo di educazione linguistica non può oltrepassare i cinque. L’educazione linguistica in piccolo gruppo può essere realizzata in pratica solo se si dispone di una compresenza di insegnanti per almeno un’ora al giorno; i bambini vengono suddivisi in cinque gruppi e affidati alternativamente alle due insegnanti. Ogni bambino potrà usufruire in tal modo di un’ora alla settimana di educazione linguistica.

Il ruolo dell’insegnante

Tuttavia non basta organizzare i bambini in piccoli gruppi. È fondamentale che l’insegnante non riproponga lo schema della lezione frontale, ma applichi minuziosamente il metodo di insegnamento induttivo, basato su attività concrete, guidato da domande piuttosto che da spiegazioni e che sappia valorizzare l’ascolto e l’espressione di tutti. Il ruolo dell’insegnante nel proporre l’educazione linguistica nel piccolo gruppo deve rispettare al massimo le esigenze dell’apprendimento allo stadio del pensiero preoperatorio: bisogna che parli e spieghi meno per far invece parlare soprattutto i bambini, in modo che essi si sentano protagonisti delle esperienze fatte in classe. È opportuno che venga adottato l’insegnamento per domande, molto più lento di quello che inizia con le spiegazioni, ma molto più efficace sul piano della motivazione, in quanto aiuta i bambini ad evocare quanto essi già sanno e quindi a individuare i punti di innesto delle conoscenze nuove. Per abituare i bambini a parlare con proprietà è indispensabile che l’argomento sia ben conosciuto in modo che tutta l’attenzione possa essere rivolta solo al livello verbale, quindi si tratta di impegnare i bambini a parlare su oggetti concreti della vita di tutti i giorni, presenti in classe e sui quali essi possano anche agire direttamente, perché l’azione è sempre motivante e può aiutare a trasferire lo stesso atteggiamento anche alla parola, che di per sé lo è molto meno. Alla fine della lezione l’insegnante ha inoltre il compito di riprendere tutto il materiale verbale prodotto dai bambini per riproporlo in modo ordinato, modellando separatamente due tipi diversi di minidiscorso: la descrizione e la narrazione sequenziale; in pratica, per fare un esempio, la descrizione dell’arancio e i passi da seguire per fare un’aranciata. I bambini saranno poi incoraggiati a fissare col disegno, o con la scrittura, l’esperienza fatta nel piccolo gruppo, in modo da far loro ritrovare a distanza di tempo non solo ciò che hanno fatto, ma anche tutto ciò che è stato detto. Gli usi cognitivi non sono di per sé motivanti, ma se i bambini arrivano al possesso di un codice sufficientemente elaborato e vengono illuminati attraverso molti esempi sull’organizzazione che li sottende, potranno giungere all’insegnamento metalinguistico della scuola primaria con potenti prerequisiti disponibili: la conoscenza della lingua orale a un livello più elaborato, un ampio repertorio di esperienze personali codificate verbalmente in forma di discorso, e soprattutto la fiducia in se stessi per essere in grado di descrivere e di raccontare con proprietà.

Perché l’educazione linguistica è oggi indispensabile?

Un tempo gli usi cognitivi e l’elaborazione del codice fino al livello del discorso venivano attivati del tutto naturalmente grazie alla lettura. Al giorno d’oggi il tempo per la lettura e per la riflessione viene spesso limitato, o addirittura negato, da un lato dall’estrema velocità che caratterizza ogni attività del mondo moderno, con la tendenza a dover raggiungere nel più breve tempo possibile ogni traguardo, e che ha finito col contagiare anche la scuola; dall’altro dalla molteplicità delle distrazioni facili e gradite, offerte ai bambini nell’ambito del pensiero pratico : sport, viaggi, musica, televisione..., che lasciano pochissimo spazio all’espansione della lingua. Questa può restare a livello di codice ristretto anche in bambini ben dotati dal punto di vista intellettivo, se non si forniscono modelli e opportunità per espanderla. “Faccio, parlo, penso” un utile strumento per la scuola dell’infanzia e primaria (*) Le basi teoriche dell’educazione linguistica, mediata da una ricca esemplificazione pratica e dall’insegnamento per domande, sono presentate alle insegnanti in un libro che propone ben otto unità didattiche su: il cibo, l’acqua, l’aria, le piante, gli animali, il mondo inanimato, l’io e gli altri, argomenti già frequentemente utilizzati in scuola materna, ma più con l’accento sull’esperienza pratica che sul linguaggio, anche perché spesso tali attività vengono fatte eseguire nel grande gruppo ove è impossibile far parlare tutti. La stessa educazione linguistica, preparata con cura fino dalla scuola dell’infanzia, può proseguire anche nella scuola primaria come riferimento pratico e concreto per tutte le iniziali attività di scrittura e lettura, fornendo una base più solida per l’innesto di valide motivazioni verso tutte le attività di pensiero logico previste dal curriculum. Essa risulta l’unico rimedio preventivo per una reale ed entusiasta partecipazione di tutti gli alunni e per un loro maggiore successo in ambito scolastico.

 

(**) (*) Bickel J., Bruschi A., Leporatti M. Faccio, parlo, penso. Come affrontare l’educazione linguistica in scuola materna ed elementare. B&C editori, Livorno, 1998.

(**) Bickel J. Apprendere bene, studiare con entusiasmo. Quello che ogni insegnante deve sapere. B&C editori, Livorno, 1994.

Pubblicato il 2005-02-27

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